Talento e burnout

di Erica ULTINI - Consulente di carriera

Il parere dell’esperta

Il paradosso degli high performer

Negli ultimi anni il mondo del lavoro ha iniziato a parlare sempre più spesso di talenti, high performer e talent retention. In molti contesti organizzativi, il lavoratore “di valore” viene associato a caratteristiche come produttività elevata, forte coinvolgimento, disponibilità, capacità di gestire più attività contemporaneamente e adattamento continuo ai ritmi aziendali. Le aziende cercano persone motivate, autonome, appassionate e fortemente orientate al risultato, considerate fondamentali per sostenere competitività e innovazione.

Molto spesso, però, sono proprio queste persone a vivere nel tempo un progressivo peggioramento della propria esperienza lavorativa. L’investimento emotivo costante, la difficoltà nel separare vita privata e lavoro, la percezione di dover essere sempre performanti e reperibili rischiano di trasformare il coinvolgimento iniziale in stanchezza cronica, perdita di motivazione e senso di svuotamento. In molti casi, ciò che inizialmente viene percepito come dedizione o ambizione finisce per diventare una condizione di sovraccarico continuo.

È in questo contesto che si inserisce il tema del Burnout, riconosciuto anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come fenomeno legato allo stress lavorativo cronico non gestito con successo. Il burnout non coincide semplicemente con la stanchezza, ma comprende esaurimento emotivo, distacco psicologico dal lavoro e riduzione del senso di efficacia personale.

La ricerca accademica e il mondo delle grandi organizzazioni stanno iniziando a interrogarsi sempre di più sul rapporto tra burnout e cultura della performance. Studi pubblicati da Harvard Business Review mostrano come passione, senso di responsabilità e forte identificazione con il lavoro possano aumentare engagement e produttività nel breve periodo, ma diventino fattori di rischio quando le aziende continuano a premiare overworking, disponibilità continua e iperperformance.

Anche il tema della talent retention sembra inserirsi in questa prospettiva. Secondo analisi recenti, molte persone decidono di lasciare il proprio lavoro non per mancanza di ambizione o interesse, ma per l’impossibilità di sostenere ritmi percepiti come incompatibili con il proprio equilibrio personale. La perdita di talenti, quindi, non dipenderebbe soltanto dalla competitività salariale o dal mercato del lavoro, ma anche dalla qualità degli ambienti organizzativi e dalla loro capacità di garantire sostenibilità nel lungo periodo.

Diventa quindi necessario interrogarsi sul modo in cui le organizzazioni definiscono e valorizzano il talento. Se il lavoratore “di successo” continua ad essere associato esclusivamente alla disponibilità costante, alla resistenza allo stress e alla performance continua, il rischio è che burnout e turnover diventino conseguenze strutturali del lavoro contemporaneo. Ripensare il rapporto tra benessere e performance potrebbe quindi non rappresentare soltanto una scelta etica, ma una necessità organizzativa sempre più centrale. 

Immagine di jannoon028 su Freepik

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