L’intelligenza artificiale sta cambiando il modo in cui lavoriamo

Linda BELLONI - Orientatrice e Career Coach

Il parere dell’esperta

Negli ultimi mesi si parla sempre più spesso di intelligenza artificiale e lavoro. Spesso in modo confuso, a volte allarmistico. C’è chi parla di milioni di posti che spariranno e chi, al contrario, minimizza sostenendo che “in Italia queste cose arrivano sempre più tardi”.

La realtà, come spesso accade, è più complessa.

L’AI è già presente nel lavoro quotidiano di molte aziende italiane, anche quando non viene chiamata esplicitamente “intelligenza artificiale”. Automatizza documenti, risponde ai clienti, supporta decisioni, analizza dati. In molti casi non elimina i lavori, ma ne cambia profondamente il contenuto.

Ed è proprio qui che nasce il vero tema.

Le ricerche più recenti concordano su un punto chiave: in Italia il cambiamento sarà graduale, ma inevitabile.

Un dato spesso sottovalutato è che non sono solo i lavori “poco qualificati” a essere coinvolti. In Italia, una quota rilevante delle persone più esposte, lavora in professioni intellettuali, amministrative o di servizio, dove i compiti sono standardizzabili e a bassa autonomia decisionale. In questi casi l’AI non sostituisce l’intero ruolo, ma assorbe una parte consistente delle mansioni quotidiane.

Questo spiega perché parlare di “professioni che spariscono” non è del tutto esatto. La variabile decisiva non è la professione, ma quanto un ruolo è costruito su compiti ripetibili, prevedibili e automatizzabili.

Allo stesso tempo, stanno crescendo nuove opportunità. Ruoli legati alla tecnologia, all’analisi dei dati, all’integrazione dell’AI nei processi aziendali, ma anche professioni in cui il valore umano resta centrale: formazione, cura, consulenza, coordinamento, gestione delle relazioni. In questi ambiti l’intelligenza artificiale non sostituisce, ma amplifica la produttività.

Ci sono poi delle professioni, quelle più artigianali, come idraulici, elettricisti, che verranno coinvolti in modo marginale dall'AI.

Il vero rischio oggi non è “perdere il lavoro da un giorno all’altro”, ma restare fermi mentre le mansioni cambiano. Chi inizia ad aggiornarsi nei prossimi 1–2 anni si muove in una finestra temporale favorevole: più tempo per adattarsi, meno pressione, più possibilità di scelta.

Ed è qui che entrano in gioco le competenze. Non solo quelle tecniche, ma soprattutto le competenze cognitive, relazionali e di adattamento. Non come abilità accessorie, ma come vero fattore di occupabilità futura.

Capire come l’AI incide sul proprio lavoro è oggi il primo passo per non subirne gli effetti.

Autrice

Immagine di jannoon028 su Freepik

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