Quando l’autobiografia diventa cronaca sociale

di Daniela Placenti - Formatrice scrittura terapeutica e consapevole

Il parere dell’esperta

La necessità di raccontarsi è un bisogno sentito dall’uomo, scrivere di sé parte dalla ricostruzione della propria esperienza e allarga il punto di vista della coscienza.

A differenza del racconto orale, fatto ad altri e in tempi definiti, il racconto di se stessi richiede tempi più lunghi, poiché serve tempo per permettere alla memoria di lasciare riaffiorare i ricordi, serve tempo per formularsi domande e permettere di trovare le risposte in modo retroattivo. Porsi interrogativi, nello stesso tempo, aiuta a definire il proprio impulso vitale, il proprio spazio-tempo, ci permette di mettere radici.

Il genere biografico in Italia nasce con Sant’Agostino e le sue Confessioni, pensiamo poi ai Tristia di Ovidio, alle opere di Dante, Petrarca, Machiavelli, autori che sono alla base della letteratura italiana. Attraverso queste opere ci è permesso di ricostruire la storia dell’epoca, e la storia individuale diventa storia collettiva, il privato diventa politico.

Scrivere però per molto tempo è stato possibile solo alle aristocrazie alfabetizzate, dunque a persone che avevano comunque consapevolezza che la cultura fosse strumento per decifrare quanto accadeva. Quando scrivere (e pubblicare) diventa più accessibile, la propria storia personale rimane in primo piano e la memoria diventa ricordo personale, benché utile a conoscere e comprendere ciò che accade.

Riporto quanto scritto in una delle più intense autobiografie che io abbia mai letto, Lessico famigliare di Natalia Ginzburg.                                                               

 AVVERTENZA

Luoghi, fatti e persone sono, in questo libro, reali. Non ho inventato niente: e ogni volta che, sulle tracce del mio vecchio costume di romanziera, inventavo, mi sentivo subito spinta a distruggere quanto avevo inventato.

Anche i nomi sono reali. Sentendo io, nello scrivere questo libro, una così profonda intolleranza per ogni invenzione, non ho potuto cambiare i nomi veri, che mi sono apparsi indissolubili dalle persone vere. Forse a qualcuno dispiacerà di trovarsi così, col suo nome e cognome, in un libro. Ma a questo non ho nulla da rispondere.

Ho scritto soltanto quello che ricordavo. Perciò, se si legge questo libro come una cronaca, si obbietterà che presenta infinite lacune. Benché tratto dalla realtà, penso che si debba leggerlo come se fosse un romanzo: e cioè senza chiedergli nulla di più, né di meno, di quello che un romanzo può dare.

E vi sono anche molte cose che pure ricordavo, e che ho tralasciato di scrivere; e fra queste, molte che mi riguardavano direttamente.

Non avevo molta voglia di parlare di me. Questa difatti non è la mia storia, ma piuttosto, pur con vuoti e lacune, la storia della mia famiglia. Devo aggiungere che, nel corso della mia infanzia e adolescenza, mi proponevo sempre di scrivere un libro che raccontasse delle persone che vivevano, allora, intorno a me.

Questo è, in parte, quel libro: ma solo in parte, perché la memoria è labile, e perché i libri tratti dalla realtà non sono spesso che esili barlumi e schegge di quanto abbiamo visto e udito.

Il libro, pubblicato nel 1963 da Einaudi, racconta le vicende di una famiglia ebrea e antifascista, i Levi, durante il regime fascista, a Torino. L’autrice e voce narrante descrive la vita della sua famiglia, in una quotidianità attraversata da importanti eventi storici e da personaggi di rilievo della cultura italiana e leggendo l’autobiografia è possibile cogliere un punto di vista di quegli anni.

Il valore dell’autobiografia come spaccato di realtà sociale e politica è ravvisabile in diverse autobiografie interessanti, ciascuno può scegliere a seconda dei propri interessi tra politica, denuncia sociale, spettacolo, sport.

Concludo con una domanda-riflessione: può oggi la narrazione degli influencer, con le loro stories e i loro post, essere considerata una forma di autobiografia contemporanea?

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