La scrittura della volontà

Daniela Placenti - Formatrice scrittura terapeutica e consapevole

Il parere dell’esperta

Scrivere per agire

Da quando mi occupo di scrittura come strumento di benessere, tendo a soffermarmi sull’aggettivo “terapeutica” con particolare cura, forse anche una certa esitazione, per chiarire il significato delle due parole. Se la scrittura è ogni mezzo che permette la trasmissione durevole di informazioni, il termine "terapeutica" – dal greco therapeutikòs – ci riporta prepotentemente al concetto di cura: quel porre attenzione a manifestazioni di disagio che possono essere guardate, accolte e, infine, superate.

Spesso mi viene chiesto: può l’atto dello scrivere, semplicemente con carta e penna, aiutarmi a stare meglio? La risposta è un sì convinto. La scrittura fa bene perché, nel momento in cui troviamo le parole per esprimere un disagio, riusciamo a collocarlo dentro un contesto di vita. Gli doniamo forma e consistenza. In quel gesto, rendiamo visibile l’invisibile e iniziamo a sciogliere l’ingarbugliato.

L’osservatore e il ponte

Scrivere di se stessi significa entrare nella sfera dell’osservatore. Ci allontaniamo di poco da noi stessi per guardare i nostri pensieri, le nostre emozioni, le nostre azioni. Siamo, nello stesso tempo, narratore e personaggio, ma con una dose nuova di consapevolezza.

Se la scrittura è cura perché mette ordine nel trauma e nel ricordo – come ho visto accadere in modo commovente durante i miei corsi, dove il fluire delle pagine scritte diminuiva man mano che i "nodi" interiori si scioglievano – oggi sento la necessità di fare un passo ulteriore. La cura, infatti, non è solo sollievo; è anche preparazione al movimento.

Dalla cura all'azione consapevole

Esiste un momento, nel processo di disvelamento, in cui l'ordine ritrovato chiede di diventare direzione. Se la scrittura lavora sulla memoria, essa ha anche il potere di lavorare sul futuro. Dopo aver reso "leggero il pesante", la penna può diventare lo strumento con cui tracciamo i confini di ciò che vogliamo, nuovamente, diventare.

Spesso pensiamo alla scrittura terapeutica come a un atto rivolto all'indietro, verso l'elaborazione di ciò che è stato. Ma la vera funzione trasformativa si compie quando usiamo quel medesimo foglio per costruire un ponte. Scrivere la propria visione non è un esercizio di fantasia, è un atto di impegno verso se stessi. È passare dalla narrazione del disagio alla progettazione dell'azione.

La pragmatica della penna

Raccontare la propria storia significa darle un significato nuovo, ma agire quella storia significa renderla vera. Come dice Duccio Demetrio: “C’è un momento, nel corso della nostra vita, in cui si sente il bisogno di raccontarsi in modo diverso dal solito”. Quel "modo diverso" è, per me, la scrittura che si fa strategia.

Non serve complessità. Come ho sempre sostenuto, la forza di questa pratica risiede nella sua economicità: bastano carta, penna e il coraggio di lasciar fluire. Ma se alla scrittura del ricordo affianchiamo la scrittura dell'intenzione – quella che definisce priorità, che dialoga con le resistenze e che scompone i grandi sogni in piccoli, ridicoli micro-passi quotidiani – allora la cura diventa evoluzione.

Un invito per te

La funzione terapeutica si compie pienamente nella rilettura, quando a distanza di giorni riconosciamo tra le righe non solo chi eravamo, ma chi abbiamo deciso di essere.

Ti invito, quindi, a provare questa pratica per una settimana. Ritaglia 5 minuti in un luogo tranquillo. Non preoccuparti della forma, dell'ortografia o della sintassi. Inizia scrivendo ciò che senti, ma concludi ogni sessione con una piccola, singola promessa d'azione.

L'argomento? Può essere una lettera d'amore indirizzata a te stesso, ma che questa volta contenga un invito speciale: quello di smettere di aspettare e di iniziare, finalmente, a camminare.

Autrice

Immagine di jannoon028 su Freepik

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