Talento e ricerca di lavoro
di Erica ULTINI - Consulente di carriera
Il parere dell’esperta

Individuare il talento oltre il senso comune
Quando si parla di talento, la prima definizione che ci viene in mente può assomigliare a quella proposta dal Vocabolario Treccani: “predisposizione naturale a pensare o agire in un certo modo”. Queste parole portano con loro un’idea implicita: il talento è qualcosa di innato, presente fin dalla nascita e non modificabile.
Questa concezione, molto diffusa, può influenzare profondamente il modo in cui valutiamo noi stessi. Se non emergono capacità “naturali” in un ambito, si rischia di concludere di non avere alcun talento. Si tratta però di un pensiero limitante, che può bloccare sul nascere percorsi di crescita, soprattutto nella ricerca di lavoro o nei momenti di cambiamento professionale.
Gli studi più recenti mettono però in discussione questa visione: il talento non è solo un dono, ma qualcosa che può essere sviluppato. La pratica costante, la curiosità e l’impegno rendono più efficienti i nostri processi cognitivi, migliorando le prestazioni. Il talento diventa così una capacità dinamica, legata all’apprendimento e all’adattabilità.
In questo senso è utile il concetto di career adaptability: l’insieme di risorse che permettono di affrontare transizioni e cambiamenti. Si articola in quattro dimensioni: attenzione al futuro, senso di controllo sulle scelte, fiducia nelle proprie capacità e curiosità verso sé stessi e il mondo del lavoro.
Proprio la curiosità è centrale: spinge a esplorare, sperimentare e sviluppare competenze.
Anche il contesto ha un ruolo chiave. Competenze poco valorizzate in un ambiente possono diventare centrali in un altro. Per questo, nel soppesare le proprie attitudini e prima di riconoscerci o meno del talento, è utile chiedersi: il contesto in cui mi trovo riconosce davvero ciò che so fare, oppure ne limita l’espressione?
Se parliamo di contesti, quello lavorativo è uno dei principali in cui le nostre capacità e attitudini sono centrali. Nello scenario in cui l’individuo si interfaccia con il mondo del lavoro attraverso l’invio di cv e la conoscenza delle aziende durante i colloqui di lavoro, il racconto delle proprie competenze diventa fondamentale. Tuttavia, senza una riflessione su di sé, questo passaggio rischia di essere fragile o poco realistico.
Uno strumento efficace, che ci permette di guidare questa riflessione, può essere quello dell’Ikigai. Concetto filosofico nato in Giappone, ci permette di visualizzare la nostra Direzione come l’intersezione e l’equilibrio tra diversi fattori: ciò che si ama, ciò che si sa fare, ciò che il mondo richiede e ciò che può diventare lavoro. La domanda allora cambia: non più “qual è il mio talento?”, ma “cosa dà senso a ciò che faccio?”. È da qui che può nascere un percorso professionale autentico e sostenibile nel tempo. ![]()
