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Lavoro all’estero

L’evoluzione dell’economia e gli effetti dell’internazionalizzazione dei mercati lavoro all'esterosi manifestano anche nei luoghi più remoti. Gli scambi commerciali non conoscono distanze insuperabili e un’unica moneta circola da Capo Passero a Capo Nord. Le aziende espandono le proprie attività oltre i confini, quindi richiedono personale in grado di capire e soddisfare rapidamente il fabbisogno di mercati e clienti diversi.

I vari mercati del lavoro europei offrono opportunità a personale qualificato in settori quali ingegneria, informatica, insegnamento, commercio, finanza e assicurazioni.
Ovunque, inoltre, operano call centre che assumono personale poliglotta per gli help desk; il settore turistico-alberghiero europeo si sviluppa grazie al notevole apporto di lavoratori stranieri; in molti Paesi scarseggiano infermieri, medici, ingegneri, segretarie e cuochi; ovunque servono lavoratori stagionali per l’agricoltura e per altri settori durante l’estate e nei momenti di maggiore afflusso di consumatori e turisti. Questi sono soltanto alcuni esempi di opportunità lavorative oltre confine. L’elenco si potrebbe allungare con molti altri settori e professioni.
La creazione dell’Europa unita permette oggi di prendere seriamente in considerazione un lavoro a tempo determinato o indeterminato lontano da casa propria. Molti degli ostacoli del passato sono stati eliminati: il cittadino italiano ha oggi gli stessi diritti e gli stessi doveri in tutti i Paesi dell’Unione Europea come i cittadini locali. In breve: la libera circolazione delle persone è realizzata.

Prima di restare abbagliati da facili entusiasmi e per evitare di illudersi eccessivamente è tuttavia indispensabile effettuare un’autoanalisi, critica e realistica, per rispondere obiettivamente a molte domande, tra le quali per esempio:

a. L’ idea di partire è maturata nel tempo o è sorta recentemente parlando con qualcuno o dopo aver letto un articolo interessante?

b. L’obiettivo dell’esperienza è migliorare nel mio ambito consolidando il curriculum (sono disposto a restare fuori almeno due anni), oppure mi basta respirare aria diversa per alcuni mesi facendo quello che capita?

c. La padronanza linguistica è sufficiente per svolgere al meglio la professione che desidero?

d. La mia formazione e i miei studi possono competere alla pari con quelli di un lavoratore del Paese di destinazione?

e. Dispongo di esperienza professionale utile ed apprezzabile presso una potenziale azienda straniera?

f. Ci possono essere alternative al lavoro, che garantiscano ugualmente il raggiungimento degli obiettivi fissati?

g. Possiedo informazioni e strumenti idonei a trovare velocemente l’impiego desiderato oppure preferisco rischiare andando sul posto per esplorare il terreno personalmente?

h. Ho ragionevolmente e realisticamente calcolato i tempi del mio progetto?

i. Sono in grado di sostenere economicamente un eventuale periodo iniziale all’estero senza lavoro?

j. Accetto di rinunciare ad abitudini, amici e comodità perché nel Paese dove vado sono diversi oppure non esistono?

 

Solo se le risposte confermano, senza dubbi, capacità e forte motivazione a partire, allora può iniziare la vera e propria ricerca di lavoro.

Quando ci si candida all’estero bisogna essere consapevoli che la situazione della disoccupazione varia a seconda del Paese. Se la media europea del tasso di disoccupazione fosse, per esempio, del 9% circa, significa che in alcuni Paesi non tocca il 5%, ma anche che in altri potrebbe superare il 15%. La facilità, o meno, di inserimento nel mercato del lavoro è strettamente legata a questo elemento. Ci sono Paesi che, anche in periodi di crisi globale, possono essere la sponda giusta; mentre altri hanno bisogno di parecchi anni per uscire da una crisi economica e diventare di nuovo interessanti per il personale straniero.

Bisogna considerare che candidarsi all’estero significa sperimentare la posizione di straniero. È indispensabile essere molto convincenti tanto nella candidatura quanto nel colloquio. Per vincere la concorrenza degli indigeni può non essere sufficiente dimostrare di possedere formazione e qualifiche adeguate e diventa necessario stupire il selezionatore con competenze particolari. Nessun datore di lavoro offre una posizione qualificata senza una verifica della personalità, dei titoli e delle qualifiche del candidato, verifica che è certamente più accurata nel caso del candidato straniero in quanto possono emergere degli ostacoli o dei rischi.

Per esempio: la formazione svolta in patria spesso non ha un corrispettivo esatto nel Paese di destinazione; oppure il candidato alla prima esperienza all’estero potrebbe non essere pronto a sopportare il cambio di clima, abitudini, ritmi di lavoro, abitazione senza che ciò influisca sul rendimento in azienda. Al contrario per lavori stagionali o comuni come, ad esempio, lavapiatti, aiutante in campeggio, bracciante in agricoltura, inserviente in un fast food, negli alberghi, nei villaggi turistici, nei parchi di divertimento, spesso il personale viene assunto anche tramite un semplice colloquio.

Cercare lavoro all’estero implica la disponibilità ad accollarsi spese, anche consistenti, per preparare la candidatura (traduzioni, fotocopie, spedizioni), per seguirla (telefonate internazionali di verifica) e per sostenere il colloquio sul posto (viaggio, hotel , vitto). È indispensabile considerare tutti questi aspetti - e anche quelli burocratici come la carta di soggiorno, l’assistenza sanitaria e la previdenza - ed armarsi di grande capacità di resistenza e spirito di adattamento. Mentre nell’Unione Europea la mobilità diventa sempre più agevole, quando si intende lavorare fuori dal contesto comunitario gli ostacoli da superare sono numerosi e talvolta insuperabili, soprattutto quelli legati alle procedure per l’ottenimento del visto di lavoro.

Per la ricerca di un lavoro all’estero ci si può avvalere di varie fonti. Non bisogna accontentarsi di un singolo indirizzo o annuncio di lavoro. Bisogna raccogliere la maggior quantità possibile di informazioni e selezionare tra numerose offerte di lavoro. Sportelli come gli Eures (servizi europei di collocamento pubblico), gli uffici placement delle Università e gli Informagiovani sono, per esempio, i luoghi adeguati per iniziare la ricerca. Su Internet esistono innumerevoli siti per tutti i settori e per tutti i Paesi. Un’infinità di forum, blog e social network costituiscono la piattaforma per mettersi in contatto con persone che si sono inserite nel posto desiderato e che possono aiutare con le loro esperienze fatte. Il problema non sta nel reperimento delle informazioni, ma nella selezione di quelli adatti alle proprie esigenze. L’annuncio di lavoro serve a poco se non si conoscono in profondità le modalità nazionali di candidatura, la stesura del CV, lo svolgimento del colloquio, i contratti e le retribuzioni.

Per avere successo nella ricerca, il lavoratore deve disporre del quadro d’insieme che caratterizza un determinato lavoro e uno specifico Paese. In conclusione: La ricerca del lavoro è sempre un lavoro e ciò vale anche all’estero. Non è opportuno credere che sia facile trovarlo, ma non bisogna scoraggiarsi. Lo dimostrano i molti italiani che ogni anno trovano uno sbocco occupazionale oltre confine.

Spesso ci viene rivolta questa domanda da chi vuole partire per l’estero.  La risposta è un semplice “no”. Naturalmente ci sono delle professioni avvantaggiate per una esperienza all’estero. Pensiamo, per esempio, al pizzaiolo, che trova impiego nei ristoranti di tutto il mondo, sulle navi da crociera e nei parchi di divertimento. Oppure al rappresentante – venditore, ricercato dalle aziende medio-grandi in Europa ed oltre. Oppure all’animatore, che ha a disposizione un numero enorme di villaggi turistici anche esotici. Oppure al personale medico-sanitario, che può trovare un impiego in Australia come in Arabia Saudita, negli Stati Uniti come in Gran Bretagna, in Germania, ecc. Per non parlare delle professioni artigiane che sono ricercatissime nei cantieri e nelle case dell’Irlanda, del Canada e dei paesi del Nord. Professione ed esperienze acquisite sono la base necessaria per riuscire nell’inserimento all’estero con un lavoro qualificato, ma non sono sufficienti.

Altri fattori fanno la differenza: lingua, età, personalità, motivazione.

Lingua: dimostrare cinque anni di esperienza da parrucchiera o essere un bravo docente in matematica valgono niente se manca un buon livello di lingua straniera per intrattenere i clienti oppure insegnare le formule agli allievi. Un’infermiera o un medico senza un livello comunicativo adeguato a spiegare al paziente le cure da fare, sono un rischio per l’ospedale e di conseguenza nessuno li vuole.

Età: già in Italia è difficile trovare un lavoro quando si sono superati i 40 anni. Gli ultraquarantenni che pensano di aggirare questo ostacolo rivolgendosi all’estero, dimostrano un forte grado di ingenuità. Purtroppo solo lentamente le nostre società si stanno muovendo verso una rivalutazione dell’età e della conseguente esperienza maturata. Oggi come oggi solo in rari casi ci sono delle probabilità reali per gli “over 40”.

Personalità: tutto è più difficile all’estero perché lo straniero viene analizzato tre volte prima che l’azienda lo accetti. Poi abitudini, ritmi e burocrazia sono spesso molto diversi che in Italia e si rischia di fare errori o gaffe che possono far saltare un possibile lavoro. Chi va fuori d’Italia, all’inizio deve essere sempre in moto: deve parlare con chiunque, cercare di crearsi al più presto una rete di contatti utili per risolvere questioni cruciali come lavoro, casa, burocrazia. Timidezza e chiusura riportano a casa, gentilezza e disponibilità, invece, accrescono le chances.

Motivazione: è troppo facile dire “me ne vado, sono stufo dell’Italia, voglio guadagnare di più.” La motivazione a partire deve essere fondata ben più solidamente: con i primi problemi (che sicuramente arrivano) vengono fuori anche i dubbi e si comincia a magnificare l’Italia (“che bello a casa”). Per questo aspetto aiutano le esperienze all’estero fatte durante la formazione, come un’estate a vender gelati in Germania, qualche mese di stage a Bruxelles, ecc..

Scegliere una professione o indirizzare gli studi in vista di un lavoro all’estero può essere sbagliato e perfino pericoloso. Sbagliato perché nella vita si dovrebbe fare il lavoro che piace: solo così si può essere soddisfatti e ci si può realizzare. Pericoloso perché le richieste del mondo del lavoro evolvono così velocemente che la scelta di oggi può essere superata fra tre o quattro anni, proprio nel momento in cui il titolo di studio scelto.
Infine l’estero come meta di lavoro qualificato di solito diventa importante quando sono state concluse le prime esperienze oltre alla formazione. Significa che c’è tutto il tempo dopo la formazione per aggiungere qualche competenza necessaria per l’estero tramite un corso serale, o a distanza o durante le vacanze nel paese desiderato. Il punto di partenza dovrebbe essere un’idea chiara e realistica delle proprie capacità e delle proprie aspettative.

Bernd Faas


 

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